Capitolo 10 - Troppo facile

Personaggi
Zafina in camice da laboratorio, viaggiatrice dimensionale, carta online personaggio di Narrazioni Dimensionali
ZAFINA (FORMA UMANA)
Zafina in forma Zoruark, scheda personaggio della viaggiatrice dimensionale, Narrazioni Dimensionali
ZAFINA (FORMA ZORUARK)
Hwoarang lo scienziato della base, ricercatore di minerali, scheda personaggio della viaggiatrice dimensionale, Narrazioni Dimensionali
HWOARANG
Liz in forma umana, scheda personaggio della viaggiatrice dimensionale, Narrazioni Dimensionali
LIZ (FORMA UMANA)
Il Comandante-carta-personaggio-narrazioni-dimesnionali.webp
IL COMANDANTE

L’aria notturna del bosco li avvolgeva, e per la prima volta da ore Liz iniziava a rilassare la presa sull’arma. Tutto era filato liscio, fin troppo.

Persino lei fatica a credere che fossero usciti così facilmente: nessun allarme, nessun passo alle loro spalle, nessuna ombra minacciosa oltre alle loro.

Il silenzio era rotto solo dal fruscio delle fronde quando, all’improvviso, Zafina bussò leggermente sulla spalla di Hwoarang, con un tono che suonava più urgente che amichevole.

 

“Gir…girati un attimo.”

Liz si fermò, girandosi verso di lei, pronta a chiedere cosa stesse facendo. Ma la domanda morì in gola.
Sotto il mantello nero, la sagoma di Zafina non aveva più le proporzioni umane: il muso affilato, la criniera scura, gli occhi cremisi…la forma originale di Zoroark era riemersa completamente.

 

Zafina si guardò le mani artigliate, incredula. “Non…non capisco. Non è mai successo.”

La sua voce era scossa, aveva mantenuto quell’illusione ininterrottamente per anni, persino nel sonno, senza mai il minimo cedimento.

Dietro di lei, Hwoarang si sporse leggermente per capire cosa stesse accadendo, ma Liz lo bloccò subito.
“Non guardare!”, la sua voce era ferma, quasi tagliente.

 

Un brivido di inquietudine attraversò anche lei. Se Zafina non riusciva più a mantenere la propria illusione su sé stessa, significava che probabilmente anche quella lasciata dietro, nella base, per coprire la fuga…si era dissolta.

Liz strinse la mascella. “Dobbiamo muoverci. Adesso!”

 

Intanto nella base…

La falsa Liz camminava con passo sicuro lungo il perimetro, il fucile a tracolla, lo sguardo attento.

L’illusione di Zafina stava funzionando alla perfezione, movimenti fluidi, postura impeccabile, respiro cadenzato. Sembrava proprio lei in pattuglia, come se nulla fosse fuori posto.

Un soldato si staccò dall’ombra di una baracca e le si avvicinò, portando alla bocca una sigaretta spenta.

“Liz, ce l’hai un accendino?»
La sagoma illusoria inclinò appena la testa, scuotendo lentamente il capo.

 

“No.”

La voce era una perfetta imitazione, ma le mani restarono ferme. Nessun gesto per frugare nelle tasche, nessun accenno a cercare davvero l’oggetto.

L’uomo rimase un attimo perplesso: Liz era nota per avere sempre un accendino addosso, un’abitudine quasi maniacale.

Non fece domande.
Sospirando, si girò per cercare da un’altra parte.

Fece due passi, poi si fermò di colpo. Qualcosa non lo convinceva. Voltò di nuovo lo sguardo verso la sagoma…

…e la vide sfumare.

 

Prima fu un lieve tremolio ai bordi della figura, come aria calda che deforma l’orizzonte. Poi le spalle persero consistenza, il fucile scomparve come nebbia al sole…e in meno di un respiro la “Liz” era dissolta.

“Ma che diav—”

 

Non finì la frase. Una sirena cominciò a ululare, tagliando la quiete della notte.

Le luci della base si accesero una dopo l’altra, fendendo il buio.

 

Dalle gabbie esplose un coro di latrati: i cani, ora senza più l’influenza calmante della presenza di Liz, abbaiano furiosi, graffiando le grate.

“Fuggitivi! Allarme! Allarme!”
Voci si sovrapposero, stivali battevano sull’asfalto, otturatori di fucile scattavano. La base si era svegliata di colpo, come un alveare disturbato.

Da quel momento, era solo questione di minuti prima che la caccia cominciasse.

 

Il gruppo si muoveva rapido, mantenendo il passo basso per non farsi notare, i mantelli neri che assorbivano la luce lunare.

Liz apriva la strada, lo sguardo sempre avanti; dietro, Zafina cercava di celare sotto il cappuccio il muso affilato da Zoroark, respirando a fondo per non farsi prendere dal panico. Hwoarang, invece, arrancava leggermente, diviso tra l’ansia e il bombardamento di domande che non osava fare ad alta voce.

L’aria fredda della notte pizzicava la pelle, e l’unico rumore era quello dei loro passi sull’erba gelata.

Liz si voltò un attimo per controllare la distanza…e il suo cuore ebbe un sussulto.

La base, ormai lontana, non era più un’ombra scura contro il cielo, le luci si erano accese ovunque, fendendo il buio come coltelli luminosi.

 

Evidentemente, qualcuno aveva scoperto la fuga.

Ma non fu quello a farle gelare il sangue.

Pochi istanti dopo, un ululato ruppe l’aria.

Non era il verso di un lupo comune, era profondo, metallico, carico di potere e ferocia. Il suono si propagò per chilometri, facendosi strada nei polmoni e nelle ossa.

Liz lo riconobbe all’istante.

Il comandante.

 

Un brivido le corse lungo la schiena. Quell’ululato non era un avvertimento: era il segnale di caccia. E significava che non sarebbero stati solo soldati a inseguirli…ma i lupi mannari.

Quelli che il comandante teneva nascosti ai margini della base: creature che, una volta trasformate, avevano già razziato e massacrato interi villaggi. Mostri che non conoscevano pietà, obbedienti solo alla voce che li aveva guidati alla loro nuova forma.
E ora, quella voce li stava chiamando.

Il vento portò con sé un secondo ululato, questa volta più vicino, e Liz capì che avevano pochissimo tempo.

Liz sapeva che non mancava molto.
Poteva sentirlo nelle ossa, nell’aria densa di elettricità.
Presto sarebbero stati circondati da quei mannari primitivi, assetati di sangue e guidati solo dall’istinto e dagli ordini del comandante.

 

Alle sue spalle, un fruscio di mantello: Zafina si voltò di scatto verso Hwoarang.
“Muoviti! Più veloce!”

L’urgenza nella sua voce non lasciava spazio a domande.

Hwoarang, sollevando lo sguardo, la vide in pieno: il cappuccio caduto di lato, il volto affilato, il muso, le zanne… non una donna, ma una creatura completamente diversa.

 

Uno Zoroark.

In un altro mondo, forse, avrebbe riconosciuto il nome e la specie. Ma in quella realtà, per lui, era qualcosa di sconosciuto, quasi alieno.

Un istante di stupore cercò di rallentarlo… ma non disse nulla. Non c’era tempo.

Il bosco cominciò a parlare.
Non voci umane, ma rumori sparsi, rapidi, multipli.
Frasche calpestate, rami che si piegavano, ombre che scorrevano tra gli alberi.

Liz alzò lo sguardo e strinse la mascella.

 

“Dannazione…si muovono anche sopra di noi.”

 

Tra i tronchi e le chiome, sagome scure si spostavano veloci, seguendo un ritmo preciso: il comandante li stava guidando come un branco da caccia, distribuendoli per chiudere ogni via di fuga.

“Hwoarang!” disse Liz con voce ferma, “Tieni pronta la pistola. E non esitare.”
Lo scienziato la impugnò con mani leggermente tremanti.
“Ma…”
“Non sprecare colpi.”tagliò corto lei, “Non sono infiniti.”

Poi si voltò verso Zafina, il mantello nero che ondeggiava mentre avanzava. “Tu resta vicino a lui. Proteggilo.”

Zafina annuì senza discutere, mettendosi a fianco di Hwoarang.

Liz fece un respiro profondo.

 

Sapeva che non c’era più sceltam, per affrontare quello che li stava arrivando addosso, avrebbe dovuto liberare la sua prima forma.

Il cuore accelerò. Le dita si contrassero. Le ossa cominciarono a vibrare.

Liz si voltò un’ultima volta verso Hwoarang.

I suoi occhi, ora più cupi e intensi, lo fissarono come se stesse imprimendo nella memoria quell’istante.

Con la voce roca, quasi spezzata, mormorò:

 

“Perdonami… ti amo.”

 

Poi lasciò andare ogni freno.

La trasformazione esplose nel silenzio della notte: ossa che si allungavano, muscoli che si tendevano come corde, artigli che affioravano dalle mani. La pelle si ricoprì di pelo scuro e il volto si allungò in un muso ferino.

 

Un ringhio profondo, gutturale, scosse l’aria, rimbalzando tra i tronchi e rispondendo a qualcosa di più grande, lontano…e in avvicinamento.

Zafina, stringendo il mantello attorno alle spalle, avanzò di mezzo passo, pronta a scattare.

Non avrebbe permesso a nessuno di toccare Hwoarang.

Lo scienziato, per quanto sconvolto da ciò che vedeva, serrò la presa sulla pistola.

Ogni fruscio tra le foglie, ogni ombra che si muoveva appena oltre il cerchio di luce lunare era un potenziale bersaglio.

Liz, ora in piena forma mannara, rimase in posizione d’allerta, le orecchie tese, i muscoli pronti a esplodere in movimento.

Poi, all’improvviso… silenzio.
Un silenzio denso, innaturale, come se persino il vento avesse trattenuto il respiro.

Dal silenzio, emersero.
I mannari primitivi.

 

Corpi deformi, metà pelle e metà chiazze irregolari di pelo, muscoli tesi sotto una carne violacea, occhi vuoti e bocche grondanti saliva. Erano creature nate per il macello, strumenti ciechi e assetati di carne, privi di coscienza, legati solo alla volontà del loro Alfa.

Ne arrivarono a decine, almeno una ventina. Troppi.

 

Il primo assalto fu un’onda di artigli e zanne. Liz caricò il gruppo frontale con la furia e la precisione di chi aveva affrontato nemici ben peggiori, abbattendone due con colpi netti. Ma ogni volta che uno cadeva, altri due prendevano il suo posto.

Zafina tentò di disperdere il branco con illusioni frenetiche, proiezioni di alberi spezzati e ombre minacciose…ma non servì. Le creature, inebetite, ignoravano la paura.

Fu allora che Hwoarang aprì il fuoco.
Il fragore della pistola squarciò l’oscurità, i proiettili d’argento penetrarono nelle carni mostruose. Tre caddero, poi altri due, ma ogni colpo consumava il caricatore e la consapevolezza del rischio cresceva: quelle pallottole potevano ferire anche Liz.

 

La battaglia divenne un vortice caotico.
Liz, circondata, combatteva come una bestia ferita ma indomabile.

Finché le prime zanne la raggiunsero: un morso alla spalla, poi un altro alla coscia. Artigli strapparono ciocche di pelo e lembi di carne. Il ringhio si trasformò in un ruggito misto a dolore e rabbia.

“Liz!” gridò Zafina, la voce incrinata.

Hwoarang imprecò. Non aveva più di una manciata di colpi e sparare ora significava rischiare di colpire lei.

Liz li guardò, gli occhi ardenti ma velati da un’ombra di resa.
Il respiro era un rantolo, il sangue le colava lungo il fianco.

Con un filo di voce, spezzata dal dolore, mormorò:
“Scap… pate.”

 

Zafina gettò un rapido sguardo oltre il caos della battaglia…e il sangue le si gelò.

In lontananza, dalla direzione della base, una fila di luci tremolanti e ombre in movimento si stava avvicinando. I soldati.

Erano in trappola.

Se fossero rimasti lì, sarebbero stati schiacciati tra i mannari primitivi e l’arrivo delle truppe armate. Se avessero lasciato Liz, forse avrebbero guadagnato qualche minuto…ma era impensabile.

La scelta fu istantanea.

 

Zafina gettò via il mantello, rivelando la sua vera forma di Zoroark. La criniera cremisi si aprì come una fiamma nella notte, gli occhi ardenti di determinazione.

“Tienili in vita.” sibilò, più a se stessa che a Hwoarang.

Chiuse gli occhi e concentrò ogni grammo della sua energia vitale. La sua specialità, affinata in anni di pratica, era unica tra i suoi simili: la Nube Tempesta selettiva.

Laddove altri Zoroark avrebbero colpito indiscriminatamente tutto entro il raggio d’azione, lei sapeva scegliere i bersagli, lasciando intatti gli alleati.

 

Il cielo sopra di loro si oscurò come se un’eclissi improvvisa avesse coperto la luna.

Con un ruggito gutturale, Zafina alzò le zampe verso il cielo e poi le abbatte con violenza sul terreno.

La terra tremò.
Un turbine di vento e ombre si alzò, denso come pece, tagliente come vetro. Fulmini d’illusione e artigli d’ombra saettarono nella bufera, avvolgendo i mannari primitivi scelti come bersagli.

Le creature urlarono, scaraventate a decine di metri di distanza, rotolando nel fango e schiantandosi contro gli alberi. Alcuni rimasero immobili, privi di sensi.

I soldati, ancora lontani, si arrestarono di colpo. Avevano visto l’onda d’ombra e vento spazzare il bosco, un fenomeno che nessun mannaro era in grado di generare. Un potere estraneo. Pericoloso.

Quando raggiunsero il luogo dell’impatto, trovarono solo corpi storditi e terreno devastato.

Dei fuggitivi, nessuna traccia.

Erano spariti.

 

O forse, pensò uno dei soldati mentre scrutava il buio, erano ancora lì… nascosti dietro un’illusione così perfetta che i loro occhi non potevano tradirla.

Era solo un’illusione… ma perfetta.

 

I soldati, confusi e frustrati, scrutarono il vuoto davanti a sé senza vedere nulla. Nessuna traccia, nessun passo nella neve fresca. Alla fine, non poterono fare altro che allontanarsi, maledicendo la loro fortuna.

 

Il gruppo, coperto dalla fitta trama di ombre tessuta da Zafina, cominciò a muoversi nella direzione opposta, il più lontano possibile dalla base.

Liz camminava zoppicando, ferita ma viva. I morsi dei mannari primitivi non avevano la stessa letalità di quelli di un Alpha o di un trasformato completo, ma avevano lasciato segni dolorosi e profondi.

La cosa incredibile era che erano ancora lì… ancora vivi, dopo quella notte che sarebbe rimasta scolpita nella memoria di tutti.

 

E, come se un peso invisibile fosse caduto, l’illusione di Zafina tornò a fluire forte e limpida: la sua forma umana ricomparve, nitida, e la sicurezza di potersi nascondere tornò con lei.

 

Trovarono rifugio in una grotta scavata tra le rocce, nascosta dalla vegetazione invernale. Zafina, senza perdere tempo, rivestì l’ingresso con un’illusione impeccabile: dall’esterno, la caverna appariva vuota, fredda e disabitata. Dentro, invece, il loro respiro formava nuvole bianche, e la fievole luce di una torcia illuminava i volti stanchi.

Solo allora il silenzio prese il sopravvento.

 

Il ritmo frenetico della fuga si dissolse, lasciando spazio a un respiro più lento… e a un’ondata di stanchezza che li travolse tutti insieme.

Uno alla volta, caddero in un sonno profondo.

Fuori, il vento della notte ululava tra i rami, ma dentro quella grotta illusoria, almeno per qualche ora, erano al sicuro.

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