Il Bambino che creava
(one shot 1) - L'amore per la fantasia
Sento il freddo tra le mani mentre lavo i piatti.
Sì, lo so, dovrei usare i guanti — ma non mi piace.
Preferisco sentire il contatto diretto con le cose, come con le persone.
Il tatto, per me, è un modo di restare connessa al mondo.
Mi chiamo Amara Lewis, ho ventiquattro anni e vivo a New York, non lontano da Central Park.
L’appartamento che affitto non è granché, ma è casa.
È tutto quello che posso permettermi per me e per mio fratellino, Noah.
Mi asciugo le mani sul grembiule e mi affaccio verso la sala.
Lui è lì, come sempre, seduto davanti alla televisione.
Un sorriso ingenuo illumina il suo volto mentre guarda un cartone animato.
Per un momento, mi fermo ad osservare quella semplicità — e mi chiedo come faccia ad essere così felice, nonostante tutto.
“La vita non è stata gentile con noi,” penso tra me.
“I nostri genitori una volta erano felici, ma quando Noah è nato… qualcosa si è spezzato.”
Mio fratello è nato con una disabilità che gli impedisce di camminare.
All’inizio ero arrabbiata. Non con lui, ma con il destino.
Con i miei genitori, che non sapevano accettare un figlio diverso.
Le loro discussioni non finivano mai, finché non si sono separati.
Poi, come se non bastasse, mia madre è morta in un incidente.
E mio padre… non si è nemmeno presentato al funerale.
Quel giorno ho capito che il mio compito era solo uno:
proteggere Noah.
Non avrei mai permesso che i servizi sociali lo portassero via.
Non dopo tutto quello che aveva già perso.
“Amara! Vieni, questa sera tocca a me scegliere!”
La sua voce squillante mi raggiunge dalla sala, calda e piena di quella dolcezza che solo lui sa trasmettere.
Sorrido, lasciando andare i pensieri che mi avevano trascinata altrove.
“Va bene, va bene, mi tolgo il grembiule e arrivo!”
Mi asciugo le mani e lo appendo al solito gancio, accanto alla finestra.
A volte guardo fuori e penso a quanto la mia vita sia diventata semplice, quasi monotona, eppure…vera.
Non ho potuto frequentare l’università — o meglio, il college.
Quando i miei genitori si sono separati, qualcuno doveva prendersi cura di Noah.
Quel qualcuno sono stata io.
Così ho messo da parte i sogni e mi sono rimboccata le maniche.
Ora lavoro come assistente in uno studio medico: niente di straordinario, ma abbastanza per vivere dignitosamente e badare a mio fratello.
Ogni mese riesco persino a mettere da parte qualcosa per lui, anche se a volte devo scegliere se pagare l’abbonamento a Netflix o a Disney+.
Stavolta ha vinto lui, ovviamente.
Ha insistito per tenere Disney+, e in fondo… come potevo dirgli di no?
Noah è un appassionato di film d’animazione.
Per lui, il mondo Disney e Pixar è più di un passatempo — è un rifugio.
Conosce ogni scena, ogni canzone, ogni battuta.
Anche la Marvel lo fa impazzire, e in verità… non dispiace neanche a me.
A volte mi piace pensare che si riveda in quegli eroi con poteri straordinari, sempre pronti a proteggere chi amano.
Forse è così che mi vede: come una sorella con un super potere speciale — quello di farlo sentire al sicuro.
Anche se, diciamolo, ha una lingua lunga, il mio nanerottolo.
E quando litighiamo, sembra davvero di assistere a una scena da cartone animato.
“Noah, non guardare la TV troppo da vicino…”
“Lo so, lo so… ma ascolta, sorellona! Oggi ho letto ancora… è bellissimo! Ci sono tante storie collegate, e i personaggi sembrano vivere molto più a lungo delle storie normali. Questa volta… beh, non riesco a smettere di pensarci!”
Sorrido tra me.
Uh sì, vero…una volta l’ho sgridato per quanto tempo passava davanti agli schermi.
Guarda film ovunque, in qualsiasi momento, su ogni dispositivo possibile. Così ho deciso che dovevo fargli cambiare abitudine, almeno un po’.
“Se proprio vuoi vedere delle storie,” gli avevo detto, “prova a leggerle per una volta.”
Libri?
Lasciamo perdere. È stato praticamente un disastro.
Neanche un capitolo intero.
Così ho cercato qualcosa di diverso.
Un modo per farlo leggere senza annoiarlo.
Ho passato una sera intera a scorrere siti e app di racconti gratuiti, scritti da persone comuni, fino a quando non ho trovato qualcosa che potesse incuriosirlo.
Ma, alla fine, è stato lui a sorprendermi.
Un pomeriggio mi è venuto incontro con il tablet in mano, un sorriso enorme e gli occhi che brillavano.
“Guarda, Amara! Ho trovato delle storie bellissime, tutte su questo cane husky del parco… Balto, credo si chiami così.
Ce ne sono tante, e alcune parlano di lupi che viaggiano tra mondi diversi…è pazzesco!”
Già.
Il mio piccolo genio della rete ormai sa cercare meglio di me.
E forse, per la prima volta, leggere lo sta davvero facendo viaggiare.
Mentre Noah e io ci sistemiamo sul divano, lui scorre le copertine dei film sullo schermo.
“Vediamo…” mormora, con il telecomando in mano. “Encanto o Big Hero 6?”
Lo guardo di traverso.
“Davvero hai bisogno di chiedere?”
Lui ride. “Sì, ma mi piace farti scegliere, così sembra una decisione condivisa.”
“Mh. Allora Big Hero 6, va bene?”
“Affare fatto!”
La sigla parte, e in un attimo la stanza si riempie della luce morbida del televisore.
Baymax compare sullo schermo e Noah ride già alle prime battute.
Per un istante tutto sembra calmo, semplice…normale.
Poi il mio telefono vibra sul tavolo.
Guardo lo schermo. Claire Davenport.
Sospiro. Quando Claire chiama la sera, significa sempre una cosa:
un’idea che finirà per coinvolgermi, volente o nolente.
Rispondo comunque.
“Hey Claire. Tutto bene?”
Dall’altro lato, la sua voce esplode allegra come un fuoco d’artificio.
“Amara! Finalmente rispondi! Ti stavo cercando da ore! È con te il tuo piccolo genio?”
“Se parli di Noah, sì, è qui accanto a me. Perché?”
“Oh, perfetto! Passamelo subito, devo chiedergli una cosa importantissima!”
Alzo un sopracciglio. “Posso sapere prima di cosa si tratta?”
“Niente di pericoloso, te lo giuro! Solo… fidati di me, ok?”
Sospirando, porgo il telefono a Noah.
“È Claire. Dice che deve parlarti. Non chiedermi perché.”
Lui lo afferra subito, con quella curiosità che gli illumina sempre il viso.
“Ciao Claire! …Ah sì?! Davvero? …Ci possiamo andare? Però dovrei chiedere se posso partire—”
“Partire?!” esclamo, spalancando gli occhi.
Mi chino verso di lui e cerco di riprendermi il telefono. “Aspetta un attimo, cos’è questa storia?”
“Amara!” protesta Noah, sporgendosi all’indietro con il cellulare ben stretto. “Stavo parlando!”
“Non più!”
Gli strappò il telefono di mano, ignorando il suo sguardo offeso.
“Claire?” dico, cercando di mantenere un tono calmo. “Cosa stai combinando adesso?”
Dall’altro capo della linea, la sua risata squillante riempie la stanza.
“Tranquilla! Giuro che non è niente di assurdo! È solo che… ho trovato qualcosa di speciale.
Un viaggio, un’esperienza diversa dal solito. E ho subito pensato a voi due.”
Alzo gli occhi al soffitto.
“Claire, ti prego. Sai che non posso permettermi di partire.”
“Lasciami finire! È un viaggio culturale con accompagnatore, accessibile anche per persone con disabilità motorie. Ti prometto, tutto in regola, tutto organizzato. È perfetto per voi!”
“Per noi?” chiedo, incerta. “E dove sarebbe questo paradiso accessibile?”
Claire fa una pausa drammatica, poi risponde sorridendo nella voce:
“Alaska.”
Amara: “MA SEI IMPAZZITA?! NON SE NE PARLA!”
Claire: “Aspetta, aspetta, respira un secondo!
Allora fai così: domani, dopo il lavoro, passa da me con Noah.
Ti faccio vedere di cosa si tratta.
Sarebbe bello, sai… vedere dove quelle storie sono ambientate.”
Amara: “Quelle storie? Aspetta un attimo, tu sai di quelle storie?”
Claire: “Beh…sì, un pochino.”
Amara: “Claire, non è che la tua voglia di fuggire da quell’ufficio ti ha fatto mettere cose assurde in testa a mio fratello?”
Claire: “Da come parli, direi che tu non hai letto nulla al riguardo.”
Amara: “Non cambiare discorso! Ehi—! Noah! Torna qui!”
(si sente un “Lasciami stare!” dalla stanza accanto)
Amara (stringendo il telefono): “Ugh! Odio quando fa così! Senti Claire, capisco che le storie che gli scrivi gli piacc—”
Claire: “Aspetta, cosa? Io non gli scrivo proprio niente!
Magari le scrivessi io…
Senti, dobbiamo vederci. Davvero.
E poi non hai idea dei costi, dei dettagli… niente.
A Noah farebbe bene uscire un po’.
Non può vivere solo tra casa e il parco.”
Amara: “Fff… va bene, d’accordo.
Domani dopo il lavoro, ma non assicuro nulla, chiaro?”
Claire: “Perfetto. Ti aspetto domani alle 17:30, in agenzia.
E se riesci… prova a leggere qualcosa, prima di venire.”
Amara: “Non ho tempo per queste cose, Claire.
A domani. Buonanotte.”
La chiamata si chiuse, lasciando dietro di sé solo un lieve ronzio di silenzio.
Amara restò immobile, fissando lo schermo del telefono che si era appena spento.
Sapeva già che quella discussione non era finita.
Non davvero.
Dal corridoio arrivò un colpo di porta.
Noah si era chiuso nella sua stanza.
Non succedeva da tanto, troppo tempo.
Amara sospirò e si appoggiò al bancone, lo sguardo perso nella tazza di tè ormai freddo.
“Perfetto,” mormorò piano. “Adesso ho due problemi: uno con l’agenzia viaggi…
e uno con mio fratello.”
Amara si avvicinò piano alla porta della camera.
Bussò due volte, con delicatezza.
“Noah, domani passiamo per l’agenzia… mi vuoi aprire?”
Silenzio.
Appoggiò la fronte alla porta chiusa, cercando di restare calma.
“Noah, per favore. Spiegami almeno perché te la sei presa così tanto.
Dai, apri.”
Una voce bassa, strozzata dall’altra parte della porta.
“Non capiresti…”
Amara sospirò. “Dai, non dire così. Si tratta di quelle storie che mi racconti sempre, vero?”
Una pausa.
Poi, quasi sussurrando:
“Non solo quelle…”
La maniglia si mosse piano.
Noah aprì la porta, restando sulla soglia.
Gli occhi lucidi, ma fermi.
Amara lo guardò in silenzio.
Non voleva litigare.
Voleva solo fargli capire che il mondo non era facile, e che per certi sogni ci volevano anche i soldi…
E loro, di soldi, ne avevano sempre troppo pochi.
“Noah,” disse piano, “non è che non voglia portarti via da qui.
È solo che…non possiamo fare tutto da soli, capisci?”
Lui abbassò lo sguardo.
Sembrava capirlo. O almeno, voleva provarci.
Ma nei suoi occhi Amara vide quella luce che conosceva bene: la paura di essere un peso.
Si chinò e gli sfiorò la spalla.
“Va bene. Ne riparliamo domani, d’accordo?”
Noah annuì piano, poi tornò verso il letto.
Amara restò sulla soglia ancora qualche secondo, poi chiuse lentamente la porta.
La notte si fece silenziosa.
Le luci della città tremolavano oltre la finestra, come piccoli frammenti di pensieri che non riusciva a spegnere.
E mentre si infilava sotto le coperte, un pensiero la attraversò:
forse non era solo Noah ad aver bisogno di sognare. Forse anche lei, da tempo, aveva smesso di farlo.
La notte avanzava, lenta, verso un giorno nuovo.
Il cielo sopra la città era velato, come se l’inverno stesse decidendo se restare o andarsene.
Amara camminava a passo svelto lungo il marciapiede, il cappotto ancora macchiato di qualche goccia di caffè.
Aveva appena finito il turno allo studio medico e la stanchezza le pesava sulle spalle, ma non voleva darlo a vedere.
Accanto a lei, Noah avanzava nella sua carrozzina manuale, spingendo con ritmo costante sulle ruote.
Ogni tanto si fermava, guardava in alto i grattacieli, poi riprendeva a muoversi.
Non si lamentava mai: spingeva con la stessa ostinazione con cui affrontava tutto.
“Non correre troppo, va bene?” disse Amara, sistemandosi la borsa sulla spalla.
“Tranquilla,” rispose lui con un mezzo sorriso, “tanto mica posso andare più veloce di così.”
Amara gli lanciò un’occhiata ironica. “Tu e Claire insieme siete una bomba a orologeria, lo sai?”
New York intorno a loro ribolliva di vita: taxi che suonavano, luci che cambiavano, passi che si incrociavano.
Ma Noah sembrava concentrato solo su una cosa: arrivare.
A scuola non era sempre così.
Non aveva amici veri — solo compagni che lo salutavano per cortesia.
Le partite, le gite, le corse nei corridoi erano mondi lontani per lui.
Così si rifugiava nei film, nei fumetti e soprattutto nelle storie che leggeva online.
Quelle pagine erano diventate il suo modo per scappare, per sentirsi libero anche da seduto.
Quando arrivarono davanti all’edificio dell’agenzia, Amara rallentò.
Era un palazzo elegante, con vetrate pulitissime e una scritta dorata che rifletteva la luce del pomeriggio:
“Atlas World Travel – Explore Beyond.”
“Wow…” sussurrò Noah, gli occhi che brillavano.
“Non male, eh?”
Amara si girò verso di lui. “Ti prego, non iniziare con il destino. Non oggi.”
Lui rise piano. “E se lo fosse davvero?”
Prima che potesse ribattere, la porta dell’agenzia si aprì di colpo.
Ne uscì Claire, elegante come sempre, un fascio di capelli biondi raccolti male e un sorriso che sembrava un invito.
“Eccoli!” esclamò. “I miei due eroi cittadini!”
“Noi?” ribatté Amara, incrociando le braccia. “Credo che tu stia confondendo i ruoli: io non sono qui per prenotare nulla.”
“Lo so, lo so,” rispose Claire con finta innocenza. “Ma almeno date un’occhiata. Cinque minuti, promesso.”
Amara sospirò. “Cinque minuti. E non uno di più.”
Claire fece un gesto teatrale, come un mago che presenta un trucco.
“Allora benvenuti nel mio piccolo portale per viaggiatori terrestri!”
Noah rise, divertito dal tono della sua amica.
Amara scosse la testa. “Portale, già…finirà che mi toccherà vendere un rene.”
Claire rise, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso.
Un’ombra di mistero.
“Tranquilla, Amara,” disse. “Questa volta non si tratta di soldi.”
Amara la fissò, perplessa. “E allora di cosa?”
Claire fece un passo indietro, invitandoli a entrare.
Amara sapeva bene che anche Claire non se la passava poi così bene.
Dietro al suo sorriso energico e alla parlantina veloce, si nascondeva una donna che aveva conosciuto il dolore da vicino.
Un giorno, tempo fa, le aveva confessato qualcosa che nessuno dovrebbe mai vivere.
Da allora, Claire aveva imparato a indossare la leggerezza come una maschera, cercando nei viaggi — e nei sogni degli altri — un modo per respirare ancora.
Ironico, pensò Amara, che lavorasse proprio per un’agenzia di viaggi.
Forse, in fondo, anche lei cercava solo un modo per scappare.
Claire si accomodò dietro la scrivania, accese il tablet e fece scorrere alcune immagini: laghi gelati, foreste, luci verdi nel cielo.
“Okay,” disse, più calma. “Promesso: niente chiacchiere da brochure. Ti spiego sul serio.”
Amara la osservava da in piedi, braccia conserte, l’espressione di chi non si lascia incantare facilmente.
“L’agenzia ha appena chiuso un accordo con una compagnia aerea che testa nuovi pacchetti per mete artiche. Alaska, Canada del Nord, Groenlandia…zone poco battute, ma sicure. Io posso prenotare tre posti a tariffa interna, paghi solo le tasse aeroportuali.”
Amara la fissò, ancora scettica.
“Claire, sai che suona come una truffa turistica, vero?”
Claire rise piano. “Lo so. Ma è legittimo. Ti sto mostrando i documenti, guarda.”
Le porse il tablet. Sullo schermo, un file PDF con timbro aziendale e le sigle della compagnia.
Noah si sporse dalla carrozzina, curioso. “E questo lodge? Sembra un villaggio di legno!”
“È partner dell’agenzia,” spiegò Claire. “Cercano persone reali, non influencer, che testano i nuovi percorsi. Si chiama Aurora Trail. Se lasci una recensione, l’alloggio è gratuito.”
Amara restò in silenzio, pensierosa.
Claire abbassò la voce. “Lo so, Amara. Non ti chiedo una vacanza. Ti sto offrendo…una boccata d’aria.
Per te. E per lui.”
Noah si limitò a guardare le immagini sullo schermo.
Montagne innevate, cieli cangianti, e quella scritta in piccolo: Nome, Alaska.
Amara fissava ancora lo schermo del tablet.
Montagne, ghiaccio, e quel bagliore verde sospeso tra le nuvole: l’aurora boreale.
Era bellissima, ma qualcosa le lasciava l’amaro in bocca.
“Ok, Claire…” disse piano, poggiando il tablet sul tavolo. “Spiegami una cosa.
Perché proprio l’Alaska? Perché non un posto normale, tipo Miami o… che ne so, il Messico?”
Claire sorrise, come se si fosse aspettata quella domanda.
“Perché l’Alaska è diversa. È uno di quei luoghi che ancora non si lasciano spiegare.
E poi…tuo fratello non parla d’altro da giorni, no?”
Amara si irrigidì.
“Già. Quelle storie. Quelle che legge la sera fino a tardi.
Non ho capito da dove vengano, ma lo fanno sognare come se fossero vere.”
Claire abbassò lo sguardo per un istante, poi lo rialzò con un’espressione più seria.
“Forse dovresti leggerle anche tu.”
Amara la guardò come se avesse detto un’assurdità.
“Io? Claire, non ho tempo per queste cose. Tra il lavoro, la casa e Noah—”
“Appunto,” la interruppe Claire, dolcemente. “Forse è proprio questo il problema.
Ti stai dimenticando di sognare.”
Noah, seduto vicino alla scrivania, si voltò verso la sorella.
“Non sono solo storie, Amara… sembrano veri ricordi. Ci sono luoghi, nomi, persino mappe.
C’è scritto di un posto chiamato Nome, e di una città nascosta tra le foreste.
E indovina un po’? È in Alaska.”
Amara alzò una mano, sospirando.
“Ok, basta. Non vorrei sembrare la solita sorella razionale, ma vi rendete conto di come suona tutto questo?
Sembra una fiaba moderna.”
Claire incrociò le braccia, inclinando appena la testa.
“Forse lo è.
Ma guarda caso, proprio quelle storie parlano di viaggiatori, di portali, di mondi che si incrociano.
E se ti dicessi che gli autori non sono mai stati trovati?”
Amara la fissò, per la prima volta senza rispondere.
Claire sorrise, ma il suo sguardo si fece distante.
“Ti dico solo una cosa, Amara. A volte, le storie non nascono dall’immaginazione.
A volte…è l’immaginazione a ricordare.”
Il silenzio che seguì fu tagliato solo dal rumore del traffico fuori.
Amara si passò una mano tra i capelli, confusa.
“Ok… senti, accetto di pensarci. Ma non prometto niente.
Non so nemmeno se posso chiedere ferie.”
Claire annuì, tornando a un tono più leggero.
“Non serve decidere adesso.
Però…leggile, almeno. Poi mi dirai se ti sembrano solo storie.”
Noah non riuscì a trattenere un sorriso.
“Lo sapevo che ti avrebbe convinta!”
“Non montarti la testa,” replicò Amara, ma anche lei, per un momento, sorrise.
Claire li accompagnò verso l’uscita.
Le porte automatiche dell’agenzia si chiusero alle loro spalle, lasciandosi alle spalle il suono ovattato dell’aria condizionata.
Fuori, New York ribolliva nel traffico dell’ora di punta: taxi che sfrecciavano, clacson, voci che si perdevano nel vento.
Amara tirò un lungo sospiro.
“Claire è proprio un vulcano…parla più di quanto respiri.”
Noah rise piano, mentre si sistemava le maniche della giacca.
“Sì, ma ha sempre idee geniali. Hai sentito? Potremmo davvero andare in Alaska.”
Amara lo guardò di lato. “Già. Alaska. Un viaggio folle per due persone che faticano a permettersi la pizza del venerdì.”
“Non devi vederla così,” rispose Noah, con quella luce negli occhi che Amara conosceva fin troppo bene.
“È che…l’Alaska non è solo un posto, capisci? È dove tutto è cominciato.”
Amara rallentò il passo. “Cominciato cosa?”
Noah la guardò come se fosse ovvio.
“Le storie, Amara. Quelle che leggo. Claire dice che tutto nasce lì, tra il ghiaccio e i lupi.
E che il Creatore…era lì quando tutto è iniziato.”
Amara inarcò un sopracciglio, divertita ma anche un po’ incuriosita.
“E chi sarebbe, questo Creatore? Uno scrittore di favole nordiche?”
“No,” disse Noah, con tono più serio. “Non proprio.
Si dice che non sia solo un autore, ma qualcuno che ha davvero creato quei mondi.
Solo che poi… è successo qualcosa.
Ha perso il controllo, o forse il Consiglio lo ha imprigionato.
Non si sa bene.
Dicono che sia rimasto intrappolato in un corpo umano, da qualche parte, e che stia ancora cercando di comunicare.
Con chi lo legge.”
Amara si fermò per un attimo al semaforo, osservando il flusso di gente che attraversava la strada.
Era una di quelle storie che di solito avrebbe liquidato con una battuta, ma il modo in cui Noah la raccontava — con quella sincerità pura e quasi fragile — le fece cambiare tono.
“E tu pensi che questo Creatore scriva davvero…per parlare con te?” chiese piano.
Noah scosse la testa. “Non solo con me. Con chi riesce a sentirlo.
Claire dice che alcune persone, leggendo, sentono come se qualcuno stesse raccontando direttamente a loro.
Come se le parole non fossero inventate, ma ricordate.”
Amara alzò lo sguardo verso i cartelloni luminosi di Times Square.
“Tutto questo suona un po’ troppo mistico per i miei gusti.
Forse Claire ha solo letto troppi romanzi fantasy.”
Noah rise, ma con dolcezza.
“Forse. Ma se anche fosse…non sarebbe bello pensare che qualcuno, da qualche parte, stia davvero scrivendo per noi?”
Amara si voltò verso di lui, e per un momento la città attorno sembrò rallentare.
“Già,” disse infine, sospirando. “Forse sì.”
Ripresero a camminare, uno accanto all’altra.
Noah spingeva la sua carrozzina con calma, guardando le luci riflettersi sulle vetrine, mentre Amara cercava di scacciare quella sensazione di curiosità che — contro ogni logica — stava crescendo dentro di lei.
“Va bene, piccoletto,” disse infine, con un mezzo sorriso.
“Non ho detto che ci andremo, ma voglio capire meglio.
Magari è solo una grande fantasia.
O magari…è solo un modo diverso di sognare.”
Noah annuì, guardando avanti.
“Ti prometto che un giorno capirai, Amara.
E allora vedrai che non è solo una storia.”
Lei non rispose.
Ma quando passarono davanti alla vetrina di un negozio, vide il riflesso di entrambi nel vetro — e per un istante, giurò di scorgere alle loro spalle un bagliore azzurro, come un’aurora lontana.
La cena passò tranquilla, almeno in apparenza.
Noah non parlava più dell’Alaska, forse per non sembrare insistente.
Mangiarono pollo e riso riscaldato, uno di quei piatti semplici che avevano imparato a preparare quando i soldi bastavano appena.
Amara si sedette di fronte a lui, appoggiando la forchetta sul piatto.
“Ehi,” disse infine, rompendo il silenzio. “Dove hai trovato quelle storie di cui parli sempre?”
Noah alzò lo sguardo, un po’ sorpreso. “Su un sito di fanfiction.
Ma alcune le ho scaricate, così posso leggerle anche quando non ho internet.
Vuoi che te le mandi?”
Amara fece spallucce, come se non volesse ammettere la curiosità. “Magari una sola, giusto per capire cosa ti piace tanto. Non prometto niente, eh.”
“Va bene,” rispose lui, sorridendo appena. “Ti mando quella che inizia tutto.
Si chiama Il Primo Portale.”
“Titolo originale,” commentò lei ironica, cercando di smorzare il tono.
Noah rise piano. “Sì, ma non è come sembra. Fidati.”
Dopo cena guardarono un film insieme — uno dei soliti che Noah adorava — ma a metà proiezione lui si addormentò, la testa reclinata sul cuscino.
Amara spense la TV, sistemò il plaid sulle sue gambe e rimase per un momento ad osservarlo dormire.
Nonostante tutto, non avrebbe voluto essere da nessun’altra parte.
Poi si ritirò in camera.
Provò a dormire anche lei, ma il sonno non arrivava.
Ogni volta che chiudeva gli occhi, le tornava in mente quella parola: portale.
C’era qualcosa di affascinante, quasi ipnotico, nel modo in cui Noah ne aveva parlato.
Alla fine si arrese.
Si tirò su, accese il portatile e lo appoggiò sulle ginocchia.
Nella casella di posta c’era già il messaggio di Noah, con il titolo in evidenza:
“Il Primo Portale — Narrazioni Dimensionali.”
Amara sorrise tra sé. “Narrazioni Dimensionali… che nome altisonante.”
Cliccò sul link.
La pagina si aprì lentamente, illuminandole il viso con la luce azzurrina dello schermo.
Sul monitor apparvero poche righe, semplici, ma che la fecero bloccare per un istante.
“Tutto ebbe inizio in un laboratorio della città di Lumiose City, nel cuore dell’universo Pokémon…”
“Pokémon?” sussurrò.
Scoppiò in una risatina. “Cosa c’entrano i Pokémon…
Da piccola ne andavo matta: Smeraldo, Diamante, Bianco, Nero… ho perso il conto di quante volte ho giocato.
Mi piaceva, eh, ma è roba da bambini.”
Fece una pausa, poi aggiunse con un sorriso ironico:
“Va bene, solo per i vecchi ricordi.
Caro Creatore, ti do un punto…ma non pensare che basti.
Vediamo cosa sai fare.”
Le dita si posarono sulla tastiera, ma la pagina parve reagire da sola.
Lo schermo tremolò per un istante, come attraversato da un’onda di luce.
Amara si avvicinò, confusa.
E in quell’attimo, prima ancora di rendersene conto, il bianco della pagina si espanse fino a riempire tutta la stanza.
Il mondo scomparve.
E l’avventura aveva inizio.
