A volte mi chiedo che senso abbia scrivere storie che forse non avranno lettori, che forse non piaceranno, o che semplicemente non avranno più voce nel mondo di oggi.
Non so se un ragazzo o una ragazza le apprezzerebbe davvero.
Non so se parlano ancora la lingua di questo tempo.
Quello che sento, spesso, è un vuoto.
Un vuoto interiore da colmare.
Forse è insoddisfazione.
Forse è il peso di un mondo che spinge a rifugiarsi altrove, in altri mondi, in altre storie.
È un sentimento pesante.
Hai tanto da creare, ma la sensazione è quella di farlo senza un pubblico che voglia davvero vederti.
Mi rendo conto che oggi poche voci vengono rese udibili, amplificate, riconosciute.
E tutte le altre?
Quelle che parlano piano, che non urlano,
che non seguono il ritmo del consumo veloce.
Restano lì.
Continuano a creare.
Anche quando sembra che nessuno stia ascoltando.
